JESSICA JONES – RECENSIONE – IT’S MORE LIKE JUMPING AND THEN FALLING

[WARNING!!! SPOILER A MANETTA!]

La proprietà commutativa afferma che “cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia“.

Cosa c’entra? Nada, cercavo solo un modo figo per iniziare la recensione [la si prende larga mettendoci dentro qualche metafora, funziona sempre], ma era anche il modo più facile per introdurre il discorso riguardo il difficile processo di adattamento di un fumetto come ALIAS [QUI la mia rece].
A differenza del comic book comune infatti la storia di Jessica Jones è circoscritta in una serie limitata con un inizio e una fine [ALIAS per l’appunto]. A onor del vero c’è stato anche un “sequel” chiamato THE PULSE [durato una manciata di numeri] dopodiché il personaggio ha continuato a vivere come comprimario di varie testate come NEW AVENGERS ma mai più come protagonista. A differenza di un Daredevil o di un Uomo Ragno o di un qualsiasi altro supereroe portato sul piccolo o grande schermo, gli realizzatori di MARVEL’S JESSICA JONES non avevano a disposizione anni e anni di pubblicazioni, di storie e di rivisitazioni su cui lavorare ma solo quella serie scritta da Bendis e pubblicata tra 2001 e il 2004.

Più simile ad un 300 o un SIN CITY  in effetti, ma a differenza delle trasposizioni effettuate su quelle opere, Melissa Rosenberg [showrunner della serie tv] a preferito fare una “traduzione” del fumetto originale di Bendis, ovvero ha preso gli elementi principali che lo caratterizzavano e che ne hanno decretato il successo e ne ha fatto un adattamento per il piccolo schermo mantenendo una struttura simile ma modificando, laddove ce ne fosse bisogno, personaggi e dinamiche.

Non abbiamo Carol Danvers come migliore amica ma Patsy Walker come sorella(stra), Malcolm non è un ragazzo “strano” che tormenta Jessica ma un tossico che la sta segretamente spiando, il gruppo di vittime di Killgrave non va da Jessica affinché lei possa trovarlo in quanto investigatrice privata ma è lei stessa che li riunisce per avere una traccia sull’Uomo Porpora, Il primo incontro tra Jess e Killgrave non avviene mentre lei sta combattendo dei super criminali ma dei delinquenti che ce l’avevano con Malcolm, ecc, ecc e via via dicendo…

Non una trasposizione passiva dunque ma un accurato lavoro di adattamento dinamico e in continua evoluzione che riesce a mantenere ben saldo il significato del fumetto, del personaggio e della storia nonostante le numerose modifiche [come dicevo in apertura quindi, il risultato non cambia].

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Questo discorso ovviamente è indirizzato a chi il fumetto lo conosce e l’ha amato [come il sottoscritto, ça va sans dire], chi non è pratico di balloon si è ritrovato comunque di fronte ad una serie ben realizzata capace di oscurare i colleghi supereroi televisivi [ma questa sembra essere un po una prerogativa di Netflix].

Il paragone è d’obbligo, con DAREDEVIL si è dato il via ad un genere nuovo, crudo e realistico, c’era da aspettarsi lo stesso trattamento anche per questa serie, invece JESSICA JONES può vantare anche un tocco in più che la discosta dal collega diavolo ma anche da tutto il panorama comic-seriale.
Fin dalla sigla, con quelle note leggere di piano e quel tocco jazz, era chiaro che la serie avrebbe puntato più sul genere noir/giallo, mi aspettavo quasi di vedere il classico investigatore privato con trench e sigaretta in bocca mentre cammina in una città poco illuminata, invece abbiamo questa ragazza che si nasconde nei vicoli e nelle scale antincendio, sempre con la sua reflex in mano mentre ascoltiamo i suoi monologhi interiori sulla vita, sui segreti delle persone e sul lavoro di investigatore privato.

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Krysten Ritter [conosciuta al mondo seriale come la ragazza tossica di Pinkman anche se per me sarà sempre la Stronza dell’interno 23] aderisce pienamente al personaggio. Nonostante l’evidente differenza fisica, lo spirito viene mantenuto al 100%: è scontrosa, sarcastica, solitaria con la tendenza ad allontanare le persone, caratteristiche che nascondo in realtà un animo ferito e un enorme senso di colpa per quanto successo in passato.
Il personaggio affascina dall’inizio alla fine e riesce da sola a reggere l’intera serie, a differenza di DAREDEVIL infatti non abbiamo comprimari e sottotrame convincenti: non abbiamo un Foggy, non abbiamo la storia parallela con Karen e Ben Urich, non abbiamo neanche abbastanza cattivi da far interagire tra loro e con cui diversificare i conflitti, l’intera serie è sorretta sulle spalle della bravissima Krysten Ritter…..oltre che ovviamente dal cattivone David Tennant.

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Nel fumetto l’Uomo Porpora è un criminale di seconda categoria che decide di veicolare tutta la sua malvagità verso Jessica. Il personaggio non viene approfondito più del dovuto, è solo un mezzo, il motore trainante che spinge il protagonista avanti con la storia, per questo motivo nel serial è stato un fatto un lavoro simile a quanto accaduto al Kingpin di D’Onofrio: è stato reso più umano.
Gli sono state date delle motivazioni, uno scopo, delle debolezze, non cerca solo il caos, non vuole conquistare l’universo e non è neanche intenzionato a fare la “bella vita” [alla fine nel fumetto si limita a quello], anzi gli è stato dato un passato traumatico che in alcuni momenti sembrano quasi giustificare la sua malvagità e David Tennant [conosciuto da tutti come non so quale dottore di DOCTOR WHO] sembra divertirsi un mondo nei panni violacei di Killgrave con quell’accento inglese che conferisce un fascino diabolico ed elegante al villain.
Lodevole e coerente inoltre la scelta di mantenerlo con la pelle rosa, verso il finale avevo paura di cosa avrebbero fatto dopo il “potenziamento”, ma per fortuna anche in questo caso gli realizzatori hanno fatto le scelte più giuste…tranne quello di ucciderlo! Credo che il 99,9% di chi ha visto la serie avrebbe amato rivederlo in azione in una eventuale seconda stagione [o perché no, in THE DEFENDERS magari in collaborazione con Kingpin o qualche altro villain].

Ma ora qualche nota dolente.

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Nonostante l’omogeneità che caratterizzano le serie Netflix [per ovvi motivi], con JESSICA JONES si può notare nettamente la differenza tra la prima e la seconda parte della stagione.
La prima parte ha un tocco noir con monologhi voice over, una soundtrack jazz e una regia angolare che gioca con i fuochi e i particolari. Insomma un noir [non so più come dirlo]. La trama verticale si intreccia con quelli che potremmo definire “il caso della settimana” ministorie e mini trame che accompagnano quella principale con il “cattivo” che gioca dietro le quinte [è più una presenza che un personaggio].

Esattamente a metà stagione però la storia si fossilizza su Jessica e Killgrave e sulla loro storia a la Tom e Jerry [trovano Killgrave, escogitano un piano per prenderlo, lo prendono, lui scappa, uccide qualcuno, lo ritrovano, escogitano, lo riprendono, riscappa, ecc] e le già deboli storie secondarie [come il divorzio di Jeri, l’infanzia di Patsy, Malcolm e la vicina di casa psyco] si perdono come semplice riempitivo delle singole puntate. Anche il tocco noir di inizio stagione va via via perdendosi acquistando sempre più dei toni supereroistici. Non diminuisce certo la qualità generale della serie, ma è un peccato come si sia persa l’occasione di continuare con le premesse iniziali.

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CONCLUSIONE: altro successo per la Marvel e altro punto a favore di Netflix. Il “matrimonio” tra le due compagnie non delude neanche al loro secondo round offrendoci una serie dalle atmosfere noir molto fedele alla controparte cartacea pur prendendosi delle libertà creative, non solo sulla storia o sui personaggi [sostituiti anche per una questione pratica, sarebbe stato impossibile inserire personaggi come Miss Marvel o Ant-Man] ma anche sullo spirito e la loro caratterizzazione specialmente per quanto riguarda la protagonista e il villanzone.
I protagonisti Krysten RitterDavid Tennant conquistano dall’inizio alla fine rivelandosi il vero motore trainante della serie.
Un po deboli comprimari e sottotrame: dai vicini di Jessica [altro che Stronza dell’interno 23] al passato da Hanna Montana di Patsy. In parte anche la trama verticale della seconda parte di stagione si rivela un po deludente e ripetitiva [o meglio ciclica].

Riassumendo: un grandissimo inizio per una discreta conclusione.
In generale comunque rimane un ottima serie che poco ha da invidiare dal fratello DAREDEVIL [che mantiene il trono di miglior serie supereroistica].
Vi lascio con il bellissimo opening della serie, forse l’unica cosa in cui è riuscita a superare il diavolo di Hell’s Kitchen!

Alla prossima!

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6 thoughts on “JESSICA JONES – RECENSIONE – IT’S MORE LIKE JUMPING AND THEN FALLING

  1. Pingback: IL PRIMO TRAILER DI CAPTAIN AMERICA: CIVIL WAR – ROBA BELLA | L'OSSERVATORIO

  2. Attendevo con ansia la tua recensione di Jessica Jones, che mi sono già visto una volta e che ora sto riguardando per la seconda: la prima in solitario e la seconda volta insieme a mio figlio, grazie a dei meravigliosi link con versioni in buonissimo HD che mi ha passato l’amico Lapinsù.

    Insomma, un lavoro di squadra ed una forte devozione e questo perché, comunque, al netto, di tutti i difetti (sia quelli trovati a suo tempo nella sua splendida recensione da DoppiaW, sia da te in questa) questa di “Jessica Jones“resta a mio avviso una grande serie, nettamente superiore a tutti gli altri prodotti televisivi di taglio supereroistico, sia Marvel che DC… con l’ovvia eccezione del “Daredevil” di Goddard, al momento insuperato (ed aggiungo migliore anche di una bella manciata di film del MCU).

    Venendo allo specifico della tua recensione, noto una non stupefacente identità di vedute tra me e te (quando hai citato come riferimento per l’affermazione artistica della Ritter, ho sorriso come non mai, pensando al commento che avevo scritto al post di DoppiaW citando la sit-com “ Don’t Trust the Bitch in Apartment 23” come momento di svolta che mi ha fatto innamorare della nostra Krysten) , specialmente quando si fanno i confronti con il comic di Bendis e questo non solo perché entrambi lo abbiamo letto (il che ci permette una visione “altra”, aggiuntiva a quella di chi è a digiuno del fumetto, ma non migliore), ma perché il fumetto stesso lo abbiamo a suo tempo apprezzato allo stesso modo, per gli stessi toni e timbri ed originalità: entrambi perplessi ora della differente fisicità dei character, ma entrambi non infastiditi ed anzi alla fine entusiasti che dalle scelte degli autori televisivi sia nato un prodotto rispettoso ma diverso dal fumetto.

    Sottoscrivo quindi ogni tuo rigo, ogni parola ed ogni sfumatura, compreso il consiglio di visione e ti faccio un mare di compliementi!

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    • Carissimo Kasa, se tu attendevi la mia rece io attendevo con altrettanta ansia il tuo commento per poterne parlare 🙂

      Avevo letto il tuo commendo sotto il post di DoppiaW e sono rimasto anche io piacevolmente sorpreso nel sapere che anche tu hai apprezzato la Ritter in quella comedy poco conosciuta [anzi, sono rimasto stupito nel sapere che qualcuno la conoscesse]. L’attrice dimostra una certa versatilità nel passare da un genere all’altro in questo modo, la sua ironia ha aiutato molto in quelle poche scene “comiche” presenti in JESSICA JONES
      dove riesce ad alleggerire il tutto senza rovinare l’atmosfera della serie.
      Mi ritengo molto soddisfatto nella scelta del cast, Krysten Ritter è una vera rivelazione 🙂

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      • Se mi ospiti, non avendo tempo di fare la mia recensione sul mio blog, ho scritto un commento più lungo ed esaustivo del primo, che ti metto di seguito, così, se vorrai, ne potremo parlare assieme e magari con altri amici.

        Mi piacerebbe, infatti, parlare della scrittura dello show…
        L’argomento della sceneggiatura della fiction è delicatissimo… di quelli da prendere con le pinzette ed i vetrini da microscopio, per il timore di incorrere in rovinose conclusioni affrettate, date dai pregiudizi e questo perché tutto ruota attorno al lavoro della sceneggiatrice Melissa Rosenberg.

        Troppo spesso, infatti, chi legge e chi osserva, è dimentico delle difficoltà produttive dietro la traduzione di un character e quando si cimenta nel lavoro uno scrittore molto pop e post-romantic (come un Goyer o come la stessa Rosenberg), spesso si confondono il personaggio, la serie e gli intenti.

        Vado a spiegarmi meglio: quando a suo tempo si decise di affidare alla nostra Melissa il difficile compito dell’adattamento cinematografico dei romanzi di Twilight, questi stavano ancora uscendo, quindi con una storia in divenire ed un seguito di fan (in larghissima parte femminile ed adolescenziale) devastante e planetario (la facile ironia sui vampiri innamorati che luccicano e l’indubbio taglio “harmony” degli intrecci sentimentali non debbono mai, agli occhi di una persona attenta e non superficiale, oscurare la capacità della romanziera Stephenie Meyer di aver saputo colpire al cuore milioni fitti di persone); inoltre, il crescente potere contrattuale della Meyer e l’obbligo di fedeltà ai fan, strenui difensori dell’integrità del testo, costrinse registi, produttori e sceneggiatori ad un lavoro blindatissimo, in cui davvero poco spazio di manovra veniva loro lasciato e malgrado questo, furono prodotti una serie di film che, al netto delle critiche (che più che ai film sono in genere rivolti giustamente ai romanzi ed alle storie stesse), furono un successo altrettanto grande se non addirittura superiore, effimero forse, certamente di scarsa durata, ma immenso; tutto questo lavoro fu un banco di prova micidiale per la nostra Melissa Rosenberg, un lavoro che è impossibile non abbia influenzato tutta la sua carriera.

        Quando la Rosenberg mise mano, quindi, al comic di Bendis (ed anche qui, come dicevi tu nel tuo articolo, l’enorme differenza tra una serie lunghissima di storie, piena di stravolgimenti, come per altri supereroi ed un ciclo cortissimo di storie oltretutto scritte e disegnate dai medesimi autori), scrisse un plot della serie senza sapere bene se sarebbe andata sulla Tv via cavo o su un Network generalista: solo più tardi, dopo un iniziale abbandono del progetto, “Jessica Jones” divenne parte del progetto “Defenders”, sorta di crossover finale.
        L’intento iniziale della Rosenberg (oramai specializzata nel trattare rapporti sentimentali e sessuali tra un comune mortale ed un essere sovraumano) di scrivere un plot incentrato sul concetto di abuso, fisico, sessuale e psicologico, rimase, ma venne narrato in un serial che è sempre costantemente in bilico tra il procedural ed il serialized, quasi diviso in due, quasi in ricerca di un’identità profonda e tutto questo senza che ci sia stato mai un vero cambio di mano nella scrittura degli episodi, che vedono la stessa Rosembreg saldamente al timone (sia come sceneggiatrice del pilot e dell’episodio conclusivo, sia come showrunner) ed un team di 8 scrittori che ruotano in continuazione (Micah Schraft, Liz Friedman, Scott Reynolds, Hilly Hicks, Dana Baratta, Edward Ricourt, Jenna Reback e Jamie King).
        La nostra Rosemberg resta quindi il nume tutelare della serie e l’artefice sia del suo successo sia delel sue debolezze d’identità, così come la Ritter è la supereoina in borghese che ha la cocciuta dedizione e la bellezza dell’agente Carter, la forza e la capacità di muoversi nell’ombra di un vampiro millenario, lo struggimento d’amore di tutte le donne violentate.

        Il riferimento visivo e fisico dello show è senza dubbio il “Daredevil” di Goddard (con cui condivide la stessa New York, gli stessi vicoli, le stesse stazioni di polizia e qualche personaggio), ma narrativamente parlando si pone più vicino al già citato “Agent Carter” per il suo femminismo di base.

        In conclusione, sono felice che “Jessica Jones” non sia un “Daredevil” al femminile ed anche se la serie di Goddard mi ha soddisfatto maggiormente, per la sua compattezza (ed anche perché il character è più bello di suo), penso che con Jessica sia stato fatto un lavoro encomiabile.

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      • Sei saggio amico mio.
        Spesse volte lo spettatore si fionda troppo velocemente su giudizi e critiche senza mai soffermarsi su quello che accade “dietro” [e spesso sono proprio i fan quelli dal giudizio più miope]. Le varie difficoltà ovviamente non giustificano appieno il risultato di un prodotto [penso per esempio al recente Fantastici 4 di Trank, film pieno di problemi di produzione ma dalle premesse sbagliate fin dall’inizio] ma influiscono pesantemente.

        JESSICA JONES inizialmente era stata pensata per la ABC [partner Disney] e come hai giustamente detto solo in un secondo momento è stata spostata su piattaforma Netflix come tessera del puzzle DEFENERS.
        Se da una parte il serial si è legato al futuro cross over e ancor di più all’immenso Universo Marvel [le serie si possono tranquillamente vedere senza conoscere i film, ma gli eventi del primo AVENGERS sono cruciali per lo status quo della Hell’s Kitchen di DAREDEVIL e del clima anti superumano in JESSICA JONES], dall’altra parte però ha guadagnato una libertà artistica che mai avrebbe avuto in un network televisivo come ABC.

        Vedendo la serie nella sua interezza è evidente che c’è stato un cambio di rotta durante l’ideazione della serie, ma il vero punto di forza [e di genio per chi sta dietro a gestire business e partership] per me restano proprio Netflix che può vantare una libertà creativa praticamente assoluta [proprio come fu la MAX Comics col fumetto] e la showrunner Melissa Rosenberg per il modo in cui è riuscita a sfruttare il fumetto e la sempre più richiesta [ma talvolta artificiale e mal riposta] ondata femminista nei media dando una bella lezione alle colleghe SUPERGIRL e in parte anche ad AGENT CARTER.

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  3. Esatto, amico, esatto.
    E’ bello chiacchierare con te di fumetti e tv seriale… te l’ho dissi già a suo tempo. fossimo stati vicini di casa, ci saremmo di certo ritrovati in fumetteria a parlare di comics…
    Bye!

    “God didn’t do this. The Devil did. And I’m going to find him“… Goduria…

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