“BORN AGAIN”

Lo strano liquido che solo pochi attimi fa si ergeva solido di fronte a me riflettendo la mia immagine come farebbe un comunissimo specchio, comincia ad avvolgermi mano e polso destro, salendo sempre più su attraverso il braccio, strisciando, come se avesse vita propria. È gelido e viscido e per nulla piacevole.

Due ore fa me ne stavo tranquilla in quel cesso necrotico di appartamento che avevo il coraggio di chiamare casa, un tugurio di 50 metri quadri piastrellato da carcasse elettroniche e cadaveri di macchine. “È qui che i computer vengono a morire” dicevo sempre, “in attesa che ne tiri fuori le budella meccaniche ancora in buono stato e le trapianti in altre macchine ancora funzionanti. Il cerchio della vita dei computer, puro riciclaggio hardware”.
Improvvisamente mi squilla il telefono. Alzo la cornetta. Una voce stanca e ronca mi risponde. Dice di essere mio padre.
Saranno dieci anni che non lo sentivo, quasi non lo riconoscevo. Con un filo di voce e con tono incerto mi dice che sta bene, che si sente meglio e che sta mettendo le cose a posto. Mi dice che lo sta facendo per lei, in sua memoria, che ha smesso di bere e che vuole riallacciare i contatti con me. Mi dice un sacco di cose. Io non processo quasi nulla.
Sto per dirgli quanto poco mi frega di lui, dei suoi 12 passi e di quello che intende fare con la sua merda di vita quando sento bussare alla porta. Vado ad aprire ma non prima di aver messo in attesa mio padre dicendogli di aspettare due minuti, che tornavo subito e, col senno di poi, rivolgendogli la parola per l’ultima volta.

Arrivato alla spalla, lo specchio liquido comincia a espandersi su tutto corpo e per la prima volta nutro dei dubbi. Guardo Apoc dall’altra parte della stanza, lui mi sorride, mi fa un cenno con la testa. Cerco di scacciare dalla mente ogni ripensamento e ripeto a me stessa che la decisione ormai è presa, che questo è quello che ho scelto io.

L’uomo che mi ritrovo davanti una volta aperta la marcescente porta di legno che divide il mondo esterno dal mio mondo di 50 metri quadri è Apoc, un hacker con cui tempo fa mi ero messa in contatto per un lavoro. È la prima volta che lo vedo di persona, prima di allora era sempre stato solo un nome su un monitor, uno stupido alias di uno stupido hacker cospirazionista che non perdeva occasione di vomitarmi addosso le sue teorie sul libero arbitrio, sull’assopimento mentale collettivo e sulla percezione della realtà. Non me ne sono mai preoccupata più di tanto, forse perché quelli come noi devono essere un po’ folli o forse perché, in fondo, la sua idea di mondo reale non mi dispiaceva affatto.
Erano mesi che non lo sentivo, credevo che quelli del FBI fossero riusciti a prenderlo, invece se ne sta lì davanti a me, sulla soglia della mia porta, sicuro di se mentre mi afferra la mano dicendomi che deve portarmi in un posto per farmi conoscere una persona molto importante. Lo seguo senza farmi tante domande, tanto non è che avessi molto di meglio da fare.
Dopo 40 minuti di macchina mi ritrovo davanti a quello che un tempo doveva essere un bel albergo, un palazzone ora abbandonato e in decadenza con al suo interno solo polvere e un’atmosfera spettrale. Al decimo piano ad attenderci nella penombra c’è questo misterioso uomo scuro in abito nero, seduto su una poltrona malandata color sangue rappreso.
Comincia subito a parlarmi di un mondo reale che esiste da qualche parte “fuori da qui” e di come siamo tutti prigionieri di una qualche simulazione virtuale. Non faccio fatica ad accettare quello che dice.
Con tono da profeta e dialettica da filosofo, mi offre la libertà, promette di mostrarmi la verità che mi è stata da sempre negata e in fine mi offre una scelta, una decisione che cambierà per sempre la mia vita.
E così lo faccio, compio la mia scelta. Scelgo la pillola rossa.

Il liquido ha ricoperto quasi interamente il mio corpo. Libero dalla sua gelida morsa c’è solo la mia testa anche se ancora per poco. Avvolto tutto il collo, il fluido comincia a stringermi la gola sempre di più come se cercasse di soffocarmi. Comincio a chiedermi se tutto questo stia accadendo veramente perché, al momento, nulla ha veramente senso, ma mi manca il respiro e il dolore e la paura che provo so essere reali.
Mi chiedo dove sia il limite, dove finisca il mondo dei sogni e dove inizi il mondo vero.

Tre anni fa. Ho appena compiuto 27 anni. La voce di una qualche zia dall’altro capo del telefono mi dice che la mamma è morta, che la malattia infine se l’è presa e che non ha sofferto.
Resto seduta sul letto in silenzio per le successive due ore. Aspetto una chiamata che so già che non arriverà mai. In quel momento decido che può definitivamente andare a farsi fottere. È l’ultima volta che resto in attesa. È l’ultima volta che aspetto quello stronzo di padre.

Il fluido gelido ormai si è preso tutto il mio corpo, faccia compresa ma, non contento, comincia a entrarmi in gola avvolgendomi anche dall’interno. È strano, riesco a sentirlo distintamente sia fuori sia dentro al mio corpo. Faccio fatica a distinguere la superficie esterna della mia pelle da un qualsiasi organo interno o dal sangue che un tempo mi scorreva caldo nelle vene ed è come se tutta la mia essenza fisica fosse stesa su una superficie piana, senza pieghe e senza curve, come se ogni muscolo, ogni osso e ogni molecola del mio copro venissero schiacciati fino a condividere lo stesso spazio bidimensionale, come un puzzle che rappresenta l’immagine che ho di me stessa.

Ho 25 anni e finalmente sono riuscita a comprare casa. Vado a vivere in un minuscolo appartamento insieme ad altri due ragazzi, due informatici teste di cazzo che quando non ci sono rovistano nella mia roba e probabilmente rubano anche la mia attrezzatura.
Il posto è una merda più di quanto non lo sarà in futuro, i coinquilini due stronzetti con cui non vorrei aver niente a che fare, eppure la cosa mi sta bene. Questa sarà casa mia perché così ho deciso, questo buco marcescente sarà il mio mondo e nel mio mondo decido io come viverci.

Non ci vedo più. I sensi sono andati a farsi fottere e faccio fatica a percepire il mondo esterno ma in qualche modo capisco di non essere più in quel spettrale e vecchio albergo.
Quando finalmente apro gli occhi, mi ritrovo in una vasca stracolma di una strana e ripugnante gelatina. Vorrei vomitare o per lo meno urlare ma non ci riesco e capisco subito il perché: ho un tubo conficcato in gola. Con entrambe le mani lo afferro e lo estraggo, è la cosa più dolorosa che abbia mai provato. I 40 cm di tubo escono fuori raschiandomi la gola e portandosi dietro tutti i miei organi interni e forse anche un pezzo di anima. O almeno, questa è la sensazione.
Ricomincio a respirare e riacquisto consapevolezza della mia carne. È così che mi accorgo che ho altri tubi collegati su tutto il corpo, sulle braccia, sulle gambe, sulla spina dorsale, dietro la nuca. Vorrei urlare ma lo spettacolo che mi ritrovo di fronte mi paralizza: un’infinita distesa di vasche rosse con all’interno altri copri umani.
Sono sola, bagnata e infreddolita e non ho la minima idea di cosa mi stia per accadere.

Ho 19 anni quando scappo di casa. Ho appena concluso la litigata più epica che abbia mai avuto con mio padre. Lui mi ha detto delle cose irripetibili, io l’ho chiamato stronzo ubriacone. Non l’offesa più grande del mondo, ma abbastanza da convincerlo a lanciarmi dietro una bottiglia di vetro.
Presa dalla rabbia decido di andarmene, una scelta che non mi prende per più di due secondi. Metto nello zaino le prime cose che mi capitano a tiro: qualche vestito, due lattine di coca, i 230 dollari che mi sono guadagnata dando ripetizioni di matematica al figlio dei vicini e il cappotto bianco di mia madre, l’unico indumento pesante che trovo nel tragitto da camera mia alla porta d’ingresso.
Esco di casa senza guardarmi indietro, neanche una volta, neanche per guardare la mamma.
Ora mi ritrovo in mezzo alla strada, da sola, in piena notte, sotto una timida pioggia che non riesce a nascondere le lacrime ma che bastano per infradiciarmi i vestiti e farmi tremare di freddo. Continuo a camminare ma non so dove sto andando.
Guardo il mio riflesso su una vetrina e vedo una ragazzina magra e infreddolita con indosso un cappotto bianco che la fanno sembrare uno spettro. Forse è questo che sono, uno spettro che vaga per le strade senza una meta, domandandosi quale sia il suo scopo in questo mondo.
Saluto lo spettro, mi sistemo il cappotto, mi asciugo le lacrime e continuo a camminare.

Continuo a guardare il terrificante spettacolo fatto di corpi umani incapsulati quando una specie di insetto meccanico gigante mi si para davanti mettendosi tra me e lo spaventoso panorama che sta diventando poco a poco il mio mondo.
Osservo questo drone cercando di capire se sia qui per aiutarmi o per peggiorare la mia situazione. Non capisco, non faccio in tempo a capire, l’insetto allunga uno dei suoi arti meccanici e mi prende per la gola.

Oggi è il mio compleanno. Compio 10 anni ed è il giorno più felice della mia vita.
Alla festa sono venute tutte le mie amiche e tutti i miei compagni di scuola, anche qualche amica dal corso di pattinaggio. Siamo in giardino che ci divertiamo un mondo quando una delle mamme propone di cantare “Tanti auguri” e di tirare fuori la torta con le candeline.
Vado dentro casa a chiamare la mamma, passo dal salotto diretta verso la cucina ma mi fermo a metà stanza. In cucina ci sono la mamma e il papà che discutono animatamente. Sono molto arrabbiati e si urlano contro brutte parole. Lo fanno spesso ultimamente. Mio padre ha in mano una grossa bottiglia scura, una di quelle che tira fuori solo durante la serata in cui gioca a carte con gli amici o durante le grandi cene in famiglia quando “si fa un goccetto” insieme al nonno. La mano gli trema mentre continua a versarsi morbosamente da bere, svuotando senza sosta il bicchiere di plastica su cui avevo scritto il suo nome col pennarello. È strano, non l’ho mai visto così. Mio papà non è mai stato un grande bevitore.
La mamma si accorge che li sto fissando. Si asciuga rapidamente le lacrime dalle guance, prende la torta dal frigo e mi accompagna fuori in giardino. Io mi volto cercando di guardare papà, cercando di capire cosa sta facendo, se uscirà anche lui a cantarmi “tanti auguri”, ma non lo vedo. Mia madre è ancora dietro di me e il lungo e svolazzante abito che ha addosso mi impedisce di vederlo, come se uno muro di seta bianco cercasse di proteggermi da una realtà che non sono ancora pronta a vedere o a capire.

Il tentacolo di metallo mi estrae, in modo per nulla delicato, il cavo che avevo dietro la nuca. Improvvisamente anche tutti gli altri cavi che erano attaccati al corpo cominciano a saltare via, uno dopo l’altro, ma non c’è tempo per i festeggiamenti. Improvvisamente, infatti, una botola si apre sotto ai miei piedi facendomi cadere – no – facendomi scivolare dentro ad uno scuro e gigantesco scarico di metallo. Non so dove mi porterà, non so nulla di quello che sta succedendo cazzo, so solo che continuo a scivolare e che questa sensazione di vuoto sotto ai piedi è una delle più terrificanti che abbia mai provato.

Ora ho 6 anni e sono nella mia stanza e giocare. Sento i miei genitori che discutono in fondo al corridoio, alzando la voce e dicendo parole il cui significato ancora ignoro, ma non me ne preoccupo. Mamma e papà non litigano spesso, battibeccano ogni tanto ma poi fanno subito pace. Si amano e niente al mondo può cambiare questo fatto.

La mia caduta trova fine in una vasca di putrida acqua verdognola.
Comincio a dimenarmi, cerco di restare a galla, ma i muscoli mi bruciano da morire e le forze mi vengono meno.
Sto quasi per annegare quando all’improvviso vedo delle luci oscillare sopra di me. Non chiedo aiuto, non ne ho le forze, eppure vedo calare dall’alto un enorme artiglio di metallo che mi afferra, mi abbraccia con forza e comincia a farmi salire verso un fascio di luce accecante.

Ho due anni e i ricordi si fanno più confusi. Ho solo frammenti di immagini sfocate qua e là: lo scoppiettare della legna nel camino, un forte odore dolce di biscotti che inonda la casa, mio padre che sistema le luci di un bellissimo alberello verde.
Vedo mia madre. Sento il calore del suo abbraccio e il suono della sua voce mentre canticchia una canzone di cui non conoscerò mai il titolo.
Non so che ore siano, ma il sole splende alto in cielo, i suoi raggi caldi passano attraverso la finestra illuminando l’intera stanza ma concentrandosi sui lunghi capelli biondi di mia madre, schiarendoli più di quanto già non lo siano, irradiandoli finché non cominciano a splendere di luce propria.
Conosco ancora poco, anzi, praticamente nulla di questo mondo, ma la cosa non mi spaventa. Il caldo abbraccio di mia madre mi fa sentire al sicuro e al momento è tutto quello di cui ho bisogno.

L’artiglio continua a tenermi saldamente nella sua stretta mentre continuiamo il nostro viaggio verso la luce. Non so dove mi stia portando ma so che non è il paradiso. Non è quello che ho scelto.
La luce bianca si fa sempre più accecante alimentando le mie domande su ciò che troverò dall’altra parte ma ben consapevole di ciò che mi lascio dietro: buio, umidità, solitudine.
La corsa è ormai finita, sono talmente a pochi centimetri dalla fonte luminosa che potrei quasi allungare la mano e afferrarla. E lo faccio, allungo la mano verso la luce che in un attimo mi travolge. Gli occhi mi bruciano, tutto brucia, mi metto a urlare. Chiudo gli occhi.

E così vengo al mondo.

La pelle sente l’aria per la prima volta ed è come se mi stessero scuoiando viva, i suoni travolgono i miei timpani facendomi esplodere la testa, gli occhi si aprono e vorrebbero non averlo mai fatto e per la prima volta piango, un urlo che brucia immediatamente le mie mai utilizzate corde vocali, così tanto che potrei quasi sputare fuoco.
Provo a riaprire gli occhi. Vedo degli uomini in camicie. Vedo un uomo che sorride e che mi fissa come se fossi la cosa che più aspettava a questo mondo. Poi mi volto e vedo una donna esausta stesa su un lettino. Le lacrime che gli scivolano sulla guancia si contrappongono al sorriso più grande che questo mondo potrà mai vedere.
Per un attimo trovo la calma. Chiudo gli occhi e sento che tutto andrà bene.

Quando li riapro la prima cosa che vedo è Apoc che mi dice che la procedura è andata a buon fine ma che ho bisogno di un breve periodo di riposo per abituarmi al mio vero corpo.
“È come te lo eri immaginato?” mi dice lui con un sorriso stampato in faccia.
Mi guardo intorno, vedo un sacco di polvere, di tubi e lamiere malandate e penso che in fondo il mio appartamento non era poi così male.
“Sembra quasi che sia morta e sia finita in un purgatorio hard-ware” gli rispondo. “Non sono morta, vero?”
“Niente affatto Switch” mi risponde lui “anzi, direi che sei appena nata. Di nuovo”.

Tutto questo continua a sembrarmi una follia, ma mi sta bene così. Questo è quello che ho scelto, così è come ho deciso di vivere.

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12 thoughts on ““BORN AGAIN”

    • Grazie!!
      In effetti da un po’ XD Ho un sacco di storie o bozze che ho scritto ma non le ho mai pubblicate. Pensavo di farle in un blog a parte ma poi ho pensato ‘chissene’, quindi credo che le posterò qua 😀

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      • Grande! Gestire due blog? Troppo sbattimento XD Non vedo l’ora di leggerle ma fai davvero attenzione con l’app che non ti faccia più lo scherzo della data perché mi dispiace ma nonostante tu l’abbia modificata continua a non apparire nel reader di wordpress e molti potrebbeeo perdersi i tuoi post, se non avessi controllato le mail non l’avrei mai saputo.

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      • Il bello è che di solito neanche la uso perché a scrivere sul telefono mi trovo troppo scomodo XD
        Vabbè, stavolta è andata così. Grazie comunque della segnalazione 😉

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