KINGSMAN: THE GOLDEN CIRCLE – RECENSIONE – COME DIVENTARE “QUEL TIPO DI FILM”

Giusto settimana scorsa scrivevo su facebook di come BABY DRIVER, l’ultima fatica di quell’amabile invasato di Edgar Wright, fosse il film più cool che avremmo visto quest’anno, mettendo le mani avanti anche sulle future uscite in sala ma dimenticandomi che, sempre sto mese, sarebbe uscito un certo KINGSMAN – THE GOLDE CIRCLE, sequel del film più cool del 2014!

E? E niente, BABY DRIVER resta ancora, largamente, il film più cool di quest’anno!

In una delle scene più importanti del primo KINGSMANValentine [il pittoresco villain interpretato da un divertentissimo Sam Jackson] puntando una pistola alla testa di Harry Hart [interpretato da un inevitabile Colin Firth che, dai, a chi altri sarebbero calzati così bene i panni del classico gentleman britannico?] e dopo aver testato positivamente la sua arma segreta, diceva alla spia inglese “It’s not that kind of movie” [“Questo non è quel tipo di film”], riferendosi al fatto che NON avrebbe rivelato il suo piano segreto e NON avrebbe commesso i classici errori che si vedono fare in tutti i film di spionaggio.

Quella frase era la sintesi perfetta di quello che Kingsman voleva essere: un film di spie che non si prendeva sul serio. Non una parodia perché c’era comunque amore e devozione nel modo in cui si smontavano i classici cliché da spy movie, ma semplicemente una sana voglia di uscire dai binari già scritti e già visti per realizzare qualcosa di diverso.

Cos’è andato storto quindi in questo potenzialmente infallibile sequel? Semplice, è diventato “quel tipo di film“.

Tutt’altro che noioso e tutt’altro che mal realizzato, il film è una bomba che intratterrebbe anche il più esigente degli spettatori, il problema è che ha perso quella freschezza e quella spontaneità che lo distingueva. Non è questione di “già visto”, è proprio il modo in cui ci si è approcciati al film!

È inutilmente fracassone e forzatamente esagerato, è pieno di CGI anche dove non necessario [una CGI per di più bruttina ad essere onesti], è fuori dagli schemi com’è giusto che sia ma lo è in modo innaturale dove invece il primo film era assai più delicato.

Il film è bello e funziona [non sempre eh, che alcuni passaggi mi hanno fatto storcere il naso, la bocca e anche il resto della faccia] e non ci sono dubbi che intratterrà lo spettatore per tutta la sua [lunga] durata, ma è un divertimento guidato e innaturale, un film “folle” ma nato in cattività.

More of the same“. Così si dice del classico sequel che non porta nulla di nuovo in una saga ma che sfrutta ciò che funzionava nel primo capitolo moltiplicandolo quanto necessario per acchiappare lo spettatore e, ammettiamolo, per sbancare al box office [non metto in dubbio la dedizione di Matthew Vaughn per il suo film, ma è innegabile come lo scopo fosse quello di attirare più pubblico possibile in vista del già enunciato terzo capitolo]. Una pratica che non è per forza sinonimo di brutto prodotto ma che, daje daje, si finisce per cariare troppo la storia.

Se nel primo film avevamo una sola agenzia segreta, ora ne abbiamo due [la Statesman, che inspiegabilmente ha all’attivo solo due agenti di cui uno SPOILER e l’altro…vabbé SPOILER pure quello].

Nel primo film avevamo uno stupendo villain, un po’ atipico [la “s” sifula era una trovata magnifica, così come il suo abbigliamento giovanile e fuori luogo] con una piccola passione per i film di spionaggio. Nel secondo film abbiamo un villain potentissimo, dichiaratamente folle con una teatralità esagerata e una pompata fissazione per gli anni ’50 [Julianne Moore è stupenda e il personaggio mi è anche piaciuto…ma in fase di sceneggiatura mi sa che hanno calcato un po’ troppo la mano].

Nel primo film il braccio destro del villain era una ragazza con skills marziali fuori dal comune resa ancora più letale dalle affilate protesi alle gambe. Nel secondo il braccio destro è un omone di un metro e 90 con un braccio meccanico grosso più grosso, ultra versatile, pieno di gadget e talmente cazzuto che al Soldato d’Inverno gli sono venuti i complessi di inferiorità!

Nel primo film avevamo qualche gadget classico come l’ombrello anti proiettile o l’accendino granata e qualche simpatica trovata da classico spy movie come porte scorrevoli o piani ribaltabili. Nel secondo capitolo abbiamo tecnologia degna di Star Trek con braccia meccaniche, corde lazer, fasce mediche in grado di farti guarire da un COLPO DI PISTOLA MORTALE ALLA TESTA [ma che cazz?], una parrucchiera cyborg e dei cani robot che sembrano usciti direttamente dall’ultimo Transformers.

Nel primo film abbiamo avuto dei momenti di altissimo cinema pop action pieno di black humor con quel tocco ipercinetico tipico di Vaughn [come il finale con il tripudio caleidoscopico di teste che esplodono o come l’ancor più famoso massacro in chiesa]. Nel secondo TUTTE le scene action sono massacri iper movimentati e sono tutte scene fighissime…di conseguenza nessuna lo è e non ce n’è una che ti rimanga impressa.

Nel primo film si ironizzava sullo stereotipo del classico gentleman inglese, nel secondo si esaspera quello dello statunitense medio del sud.

Nel primo film si suggerivano delle argomentazioni [da parte del villain] che potevano come non potevano essere poi frutto di discussioni più serie. Nel secondo si dichiara apertamente chi ha ragione e chi ha torto, si dimostra come le intenzioni del villain non siano poi così fuori dal mondo [se così non fosse allora sono amico di molti super cattivi] mentre si mette in scena il peggiore dei leader del mondo libero con teatrini di satira talmente calcate che in confronto Crozza è uno che ci va leggero.

Potrei andare avanti ma non è bello elencare così le “qualità” di un film e comunque credo che il concetto sia arrivato.

Divertentissimo e spettacolare con adrenaliniche scene d’azione e comicità senza filtri intervallati da momenti un po’ più noiosetti e un montaggio confuso per una storia un po’ zoppicante. The Golden Circle è un bellissimo giocattolone degno dei migliori blobkbuster, un sequel che cerca in tutti i modi di soddisfare lo spettatore [riuscendoci] a costo però della propria individualità.

Quindi questo KINGSMAN – THE GOLDEN CIRCLE non è “brutto” è solo che è diventato “quel tipo di film“. Il tipo di film dove i personaggi tornano in vita con escamotage degni della peggior fiction televisiva, il tipo di film che a fatica si distingue dalla massa, che recluta grandi star per piccoli insignificanti ruoli, che ne giro di qualche giorno ricorderai solo per gli esilaranti siparietti di un insospettabile Elton John e che a fine visione ti lascia comunque ben poco, insomma, proprio il tipo di film che Harry e Valentine criticavano con affetto durante una cena a base di BigMac e Chateau Lafite del ’45 nel magnifico, unico e a questo punto irripetibile primo KINGSMAN.

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10 thoughts on “KINGSMAN: THE GOLDEN CIRCLE – RECENSIONE – COME DIVENTARE “QUEL TIPO DI FILM”

  1. Ho amato il primo e adoro Vaughn (X – men l’inizio trovo sia il migliore dell’ultima trilogia) però confesso che ho un po’ di timore per questo sequel, anche se mi fido ciecamente di lui. Sono sicuro che in mano a un altro regista sarebbe stato un sequel molto più deludente (come successe con Kick ass 2).
    Il problema è che secondo me il successo del primo ha spiazzato un po’ tutti, e nessuno pensava di dover realizzare un sequel.
    Comunque complimenti per l’articolo. Leggerti è sempre un piacere.

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    • Anche io avevo questo timore [anche perché, al contrario del primo film, non era tratto dal fumetto] però il trailer mi avevano fatto ben sperare e comunque Vaughn è sempre Vaughn [anche io ho ho adorato First Class].
      Alla fine è andata come andata, magari sono solo io che mi ero fatto troppe aspettative 🙂

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  2. Grazie di esistere, PizzaDog, grazie!

    Ci sono film che quasi nessuno conosce e che, con orgoglio e vanità, qualcuno ogni tanto pensa bene di recensire, in alcuni casi animato solo da sincera passione per la settima arte, ma in altri (troppi!) solo perché ha avuto semplicemente l’occasione di guardarli, finendo spesso, tra l’altro, per giudicare quelle pellicole in modo molto più generoso di quanto esse meriterebbero (soltanto per far schiattare d’invidia chi non le ha viste o peggio, per far sentire ignorante chi non ha nemmeno pensato di vederle). E’ questo certo un peccato di superbia, di cui in genere si vanta un certo genere di blogger, ammantandosi di mistero, ma tu non sei tra costoro, amico e stimato recensore, mai…

    Ci sono poi film, al contrario, che tutti hanno visto o che tutti vedranno nel giro di poco tempo (chi al cinema, godendoseli al loro massimo, chi solo in home-video o su qualche piattaforma  come Sky o Netflix, con una visione spesso più critica ed attenta anche se un po’ monca e chi, infine, tristemente solo sul proprio pc, scaricandoli a volte persino in risoluzioni ed audio discutibili e questi improvvidi spettatori potranno, ahimè, esprimere su di essi un giudizio davvero incompleto, non avendo nemmeno assaporato la tavolazza completa dei colori e dei suoni che prodigiosi tecnici ed artisti si sono adoperati a realizzare: queste sono le opere che danno più filo da torcere anche al migliore recensore, perché se parlare di questi campioni d’incasso senza spoilerare troppo (il difetto più comune degli incapaci) è dura, esprimere un giudizio sereno e non influenzato dai vari opinion leader (siano essi la testata nerd di riferimento o il quotidiano di tendenza) lo è ancora di più… senza nemmeno prendere in considerazione, poi, chi si limita a copiare ed incollare il giudizio degli altri (ovvero la pratica seguita dalla maggioranza dei siti finto-specializzati e nazional-popolari, quelli che cioè riassumono la trama del film, danno il nome degli interpreti principali e del cast tecnico e magari anche il cinema dove viene proiettato vicino a casa, con in fondo un trafiletto di critica).

    Recensire queste opere, parlare ossia del “film del momento” è una cosa che mi ha sempre spaventato: ogni volta che mi piacerebbe scriverci sopra qualcosa, vengo preso da una specie di panico, la paura di essere banale, dozzinale, persino incompreso ed al contempo anche il timore di voler a tutti i costi spiegare qualcosa a chi non ha invece alcuna voglia di ascoltare ed allora finisco per attendere, prendere tempo, ragionandoci sopra… finché d’un tratto mi giro, richiamato da un rumore assordante, come quello di un rombo di tuono ed allora resto abbagliato ad osservare la luminosa meteora dei tuoi articoli, che sfrecciano alti nel cielo, come il mortale raggio di fuoco che il generale Armitage Hux fa sparare dalla Starkiller Base in Star Wars: The Force Awakens e che attraversando il cosmo distruggerà l’intero sistema di Hosnian, sede e capitale politica della Repubblica!

    Tutto quello che, appena uscito dal cinema, avevo pensato di scrivere su Kingsman: The Golden Circle (ed anche il giorno successivo) è stato letteralmente spazzato via dalla tua recensione, bellissima, completissima, ma soprattutto geniale nell’avere sintetizzato (oh, si, di sintesi mirabile parliamo, perché in una frase hai raccolto ciò che io avrei impiegato pagine a spiegare) le uniche cose davvero importanti nel parlare di questo film: “[…] Cos’è andato storto quindi in questo potenzialmente infallibile sequel? Semplice, è diventato quel tipo di film […]” e lo dici citando per l’appunto la frase che il personaggio di Valentine (ironico, efficace e soprattutto meta-filmico) diceva prima di sparare in faccia al personaggio altrettanto metaforico di Harry Hart, il mentore che muore (MUORE!) nel primo film (quello tratto dal fumetto di Millar, si, ancora il Millar di Kick-Ass, a sua volta mentore di Matthew Vaughn), l’uomo inglese con l’ombrello che aveva creduto nel ragazzino dei bassi fondi, l’esponente della “city” e del vecchio british style che aveva creduto nel giovane esemplare della nuova Inghilterra, quella stessa che fa il verso al neo-realismo romantico dei vari Ken Loach, Danny Boyle e perché no, persino a Guy Ritchie!

    Con il primo film, la fantastica coppia Jane Goldman & Matthew Vaughn avevano scritto una pagina pop e brillantissima di fumetto al cinema, rigorosissima dal punto di vista della tecnica cinematografica, certamente più ricca e matura di quella (comunque straordinaria) del loro esordio con Kick-Ass, mostrando quanto il cinema britannico contemporaneo sappia giocare con lo stile statunitense del cinema action, senza però mai perdere di autenticità ed originalità… beh, come hai detto, qui un po’ l’hanno persa!

    Questo è il punto: nessuno sano di mente può definire questo nuovissimo Kingsman: The Golden Circle un brutto film (tutto quello che hai scritto di positivo sul film è impeccabile), ma ciò che esso ha guadagnato in clamorosità (l’accostamento che hai fatto sotto traccia con le recensioni parodistiche di Scottecs, quando parla dell’iPhone GROSSO e dell’iPhone PIU’GROSSO, è stupenda!) ha perso in originalità… e qui arriva l’altro elemento straordinario della tua recensione (da te dovrebbero imparare molti giornalisti che scrivono con più esperienza ma meno passione): tu hai saputo esprimere,  perfettamente, con un fraseggio inequivocabile, questa “mancanza” senza unirti al coro di coloro che (ciechi) vedevano solo la caciara ed il clamore delle scene e non la bravura del regista e degli interpreti! Ti invidio fortemente per questa tua capacità di comunicare, cazzo!

    Non casualmente il parallelo che tu hai introdotto con l’altra forte novità britannica è esemplificativo: se Matthew Vaughn (londinese, classe 1971) ha in qualche modo ceduto parte della sua personalità per fare un sequel un po’ forzato dalla produzione (resuscitando morti e svuotando i contesti ambientali dei vari personaggi), l’altro coetaneo ed artisticamente simile cineasta Edgar Wright (sempre britannico, ma del Dorset, classe 1974) con il suo Baby Driver ha rimarcato invece tutto il suo carisma…

    Concludo con una notazione: il post che avrei voluto scrivere (che farò ugualmente, ma in modo completamente diverso, quasi irriconoscibile) si basava sul confronto tra due film che in qualche modo erano entrambi dei sequel (uno in modo evidente, l’altro solo simbolicamente) e che avevano scelto la strada di fare tutto più in grande, ma con effetti diversissimi: se (come hai già detto ampiamente tu e come ribadisco anch’io) Vaughn, con il suo Kingsman: The Golden Circle ha applicato alla lettera la regola “more of the same“ (sempre da te citata), abbassando inevitabilmente la qualità artistica finale del film e quindi la sua memorabilità, il geniale regista e sceneggiatore francese Luc Besson, con il suo Valerian and the City of a Thousand Planets (film che per sua stessa ammissione è una sorta di The Fifth Element all’ennesima potenza) crea una sontuosa opera visionaria, pienissima di affabulazione, indipendente e stracolma di proposte e spunti visivi, dalle bellissime scene di azione, agli inseguimenti, dagli esseri alieni, fino al sublime personaggio mutaforma e poliedrico interpretato da Rihanna (character che trasuda amore per il cinema come nessun altro) ed ovviamente, non avendo seguito la regola d’oro dei sequel (quel “la stessa cosa ma con tutto in quantità maggiore“) ed avendo oltretutto minacciato i blockbuster statunitensi, verrà distrutto al botteghino, certamente di più del film di Vaughn… ad entrambi, comunque, lo stesso destino di restare incompresi, tra chi li stroncherà non vedendone il valore e chi li esalterà non vedendone i limiti… ma questa volta (e piango nel dirlo, perché il londinese è uno dei miei idoli), per me, la vittoria è netta: Besson – Vaughn, 1-0.

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    • Carissimo Kasa, è da un po’ che non ci si sentiva. Mi mancavano le tue lunghe ed immense lusinghe XD
      E mi mancava anche la tua visione forte e per nulla omologata di cinema, cultura pop e di tutto quello che ci gira intorno, web in primis!

      Ammetto di aver avuto qualche timore nel scrivere questa rece perché il film è uno di quelli che si fa facilmente amare, anche senza contare il film precedente e i nomi coinvolti. Io stesso sarei pronto a difendere Vaughn o un qualsiasi regista che amo in egual misura.
      In questo caso però il boccone è stato troppo amaro, non potevo tacere il mio disappunto su quanto visto. Ci fosse stato qualcun altro in cabina di regia come successo per Kick-Ass 2 l’avrei ancora ancora accettato [di fatto io il sequel di Kick l’ho visto con piacere. Era privo di anima e c’era una palese scimmiottatura della regia di Vaughn, ma l’ho visto comunque con piacere. A casa.] ma questo secondo Kingsman è stato firmato e fortemente voluto dal buon Matthew e la cosa mi ha lasciato molto sconcertato perché mi aspettavo veramente un testa a testa tra il suo film e l’ultima perla di Wright :/ [e le chance ce le aveva visto che il primo aveva delle scene che, da sole, valgono quanto tutto Kingsman 2, prima tra tutte il massacro in chiesa].

      Evvabbé, è andata come è andata, come sempre in qualche modo andremo avanti XD
      Grazie come sempre per i tuoi elogi e grazie ma grazie tante per aver beccato e soprattutto apprezzato la citazione all’iPhoneSE di Sio 😀

      Ovviamente non vedo l’ora di leggere il tuo articolo su Kingsman e l’ultmo film di Besson, Valerian, film che purtroppo ancora non ho visto e temo non riuscirò a vedere al cinema. L’unica cosa che, personalmente, mi interessava del film era proprio la componente visiva e, come hai ben scritto tu stesso, vedere certe opere su un televisore [per quanto grande e definito…e il mio lo è 😛 ] o peggio ancora sullo schermo del computer è quasi peccato mortale!

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    • Grazie 1000 🙂
      Ma guarda, se devo essere sincero, io non mi fido mai di quelli che scrivono recensioni, neanche di quelli di cui mi fido [eh?]. Perché si può essere imparziali quanto si vuole ma alla fine i gusti personali vengono sempre fuori. E ai gusti personali non si scappa. Mai XD
      Mi piace dare consigli per gli acquis..per le visioni, ma alla fine il consiglio migliore che si può dare è solo uno: veditelo.
      E poi magari torna qua e parliamone 😀
      Grazie del commento!

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